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Dipendenza da lavoro – Workaholism

Nell’ambito delle nuove dipendenze, la work addiction (letteralmente dipendenza da lavoro) è una delle più pericolose ma meno prese in considerazione, poiché implica un’attività comune, indispensabile e parte attiva della vita quotidiana di ognuno. In inglese è definita anche workaholism, termine che deriva dall’analogia fonetica con alcoholism, e introdotto nella letteratura psicologica per indicare la compulsione o l’incontrollabile bisogno di lavorare incessantemente (Oates, 1971), proprio come gli alcolisti in relazione all’alcool.

Nonostante l’interesse per questo tipo di dipendenza si sia sviluppato a partire dagli anni ’80 e il termine workaholic sia largamente utilizzato nel mondo anglofono, a tutt’oggi non ci sono inconfutabili evidenze empiriche che la trattano; probabilmente perché essa costituisce un fenomeno pervasivo non sufficientemente riconosciuto nella società come patologico. Essa, infatti, si differenzia anche dalle altre dipendenze comportamentali, in quanto non implica né l’uso di sostanze né il ricorso ad un oggetto al fine di ottenere una gratificazione istantanea e diretta, ma piuttosto un’attività che richiede uno sforzo, al fine di creare un prodotto o un servizio e ottenere in cambio una remunerazione economica. Il lavoro diviene, però, uno state of mind, una via di fuga utilizzata dal soggetto per liberarsi da emozioni, responsabilità e/o sentimenti poco gestibili.

Il Giappone e il fenomeno Karōshi

Nonostante in Italia sia una patologia ancora praticamente sconosciuta nella popolazione generale, in altri paesi è ormai un problema altamente diffuso. In Giappone, ad esempio, a partire dal 1967 – in conseguenza alla morte di un operaio per lo stress da troppo lavoro, sono stati condotti diversi studi su un fenomeno noto come Karōshi (che in giapponese significa letteralmente “morte per eccesso di lavoro”). Tale fenomeno è, oggi, largamente esteso nella società giapponese e causa di morti a seguito di attacchi cardiaci ed ischemici, principalmente dovuti al forte stress, alle eccessive ore di lavoro e alle condizioni lavorative dannose.

Le diverse tipologie di workaholics

Nel corso degli anni, diversi ricercatori si sono interessati alla work addiction; tra essi, Scott et al. (1997) hanno proposto una definizione di workaholic attualmente valida e stipulato l’esistenza di tre tipi di comportamento workaholic. Secondo gli autori, la persona dipendente dal lavoro è colei che:

  • spende gran parte del proprio tempo (più di 12 ore al giorno, i weekend e/o i periodi di vacanza) in attività correlate al lavoro, con un conseguente effetto negativo nel funzionamento sociale, nelle relazioni personali e familiari e nello stato di salute;
  • è costantemente focalizzata sul lavoro e alla ricerca di soluzioni per risolvere i problemi lavorativi, anche quando non sta lavorando;
  • lavora oltre le altrui aspettative, richieste o necessità finanziarie e organizzative.

Per quanto riguarda gli stili di comportamento, i tre pattern identificati sono:

  • compulsivo-dipendente – correlato positivamente ad ansia, stress, problemi fisici e psicologici, e negativamente a performance lavorative e a livelli di soddisfazione lavorativa e/o personale;
  • perfezionista – correlato positivamente ad alti livelli di stress, problemi fisici e psicologici, relazioni interpersonali ostili, bassa soddisfazione lavorativa, scarsa performance e assenteismo dal lavoro;
  • orientato al successo – positivamente correlato a buona salute fisica e psicologica, soddisfazione lavorativa e personale, e comportamenti pro-sociali.

Precedentemente, Spence e Robbins (1992) coniarono la nozione di triade workaholic, basata su tre concetti chiave: impegno nel lavoro (spendere il proprio tempo libero in progetti ed altre attività lavorative), motivazione nel lavoro (sentirsi obbligati a lavorare anche senza ricavarne alcuna soddisfazione), e piacere ricavato dal lavoro (lavorare più del dovuto, ma per il piacere e il divertimento legati ad esso). Da questa sono stati poi delineati tre profili di workaholics, indagati successivamente anche da altri ricercatori:

  • work addicts (i dipendenti da lavoro) – coloro che mostravano elevato impegno e motivazione nel lavoro ma poco piacere nel lavorare;
  • enthusiastic addicts (i dipendenti entusiasti) – chi mostrava elevato impegno e molto piacere ma poca motivazione;
  • work enthusiasts (gli entusiasti del lavoro) – coloro che possedevano marcati tratti di tutte le tre caratteristiche.

Dei tre profili, i work addicts risultarono essere i più rigidi, ossessivi e perfezionisti, con aspettative eccessive e obiettivi irrealistici, sperimentando elevate quote di stress ed ansia con la presenza sintomi fisici (mal di testa, ulcere ed ipertensione tra i più comuni).

Fattori determinanti

Come ogni dipendenza, anche il workaholism è sicuramente l’insieme di una varietà di fattori.

La famiglia di origine sembra avere un ruolo cruciale nello sviluppo di questa dipendenza. La work addiction sembra essere un comportamento appreso, in cui i figli assimilano dai genitori modalità di azione performanti: ecco allora che cercano di eccellere a scuola, nelle attività extracurriculari e nello sport come mezzo per ricevere l’amore e l’attenzione dei genitori. Il bambino, infatti, spesso non è in grado di riconoscere nel genitore un disturbo e lo vive come normalità; oppure se ne accorge sin dall’infanzia e adotta comportamenti adattativi tra cui, ad esempio, un minore investimento nell’area socio-relazionale, che può sfociare in un progressivo “raffreddamento” dei sentimenti e nella negazione delle proprie emozioni.

Oltre a ciò, l’innovazione tecnologica sembra, oggi più che mai, svolgere un ruolo determinante: l’avvento di Internet, delle e-mails, del teleworking, degli smartphones, dei tablet e degli svariati dispositivi portatili di cui possiamo usufruire, ha cancellato i fisiologici confini tra sfera professionale e sfera privata, determinando una sorta di “invasione” del lavoro in spazi e tempi precedentemente dedicati ad altro. Pensiamo, ad esempio, al semplice fatto di essere sempre reperibili al cellulare o al poter ricevere ed elaborare documenti da casa – che da un lato ci da un’impressione di controllo (e spesso di attenuazione dell’ansia), ma dall’altro una sensazione di costrizione, di “non poterne fare a meno”.

Oltre ai fattori familiari e socio-culturali, una delle cause principali nello sviluppo di questo tipo di dipendenza va ricercata nei bisogni insoddisfatti e rimossi, nei sentimenti di inadeguatezza e di non amabilità di base, a conseguenza dei quali la persona sente di dover raggiungere certi standard per essere accettata e non essere sopraffatta da un vuoto interiore – che ha troppa paura di esplorare. La grande quantità di lavoro e il conseguimento frenetico dei risultati sembrano essere un tentativo di colmare bisogni di autodeterminazione e di evitare il contatto con i propri sentimenti più intimi. Il workaholic soffre, quindi, di un disturbo compulsivo che lo porta a mascherare una serie di stati emotivi (dalla rabbia alla depressione) e ad un’incapacità di adattamento che si manifesta con sentimenti di scarsa stima di sé, paura di perdere il controllo e difficoltà relazionali. Alla base di questo atteggiamento compulsivo c’è un vissuto di vergogna e un forte senso di inadeguatezza, che viene mascherato attraverso il bisogno di controllo, il perfezionismo, l’iperattività: fare sempre di più lo fa stare meglio (Robinson, 1998).

 

Riferimenti bibiliografici

Andreassen C.S., Hetland J., Pallesen S. (2010) The Relationship Between ’Workaholism’, Basic Needs Satisfaction at Work and Personality, European Journal of Personality, 24:3-17

Burke R.J. (2006) Research companion to working time and work addiction, Northampton: Edward Elgar Publishing

Oates W. (1971) Confessions of a workaholic: The facts about work addiction, New York: World

Robinson B.E. (1998) Chained to the desk, New York: New York University Press

Scott K.S, Moore K.S, Miceli M.P (1997) An exploration of the meaning and consequences of workaholism, Human Relations, 50:287-314

Spence J.T., Robbins A.S. (1992) Workaholism: Definition, measurement, and preliminary results, Journal of Personality Assessment, 58:160-178

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