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Gioco d’azzardo patologico – Gambling

Il gioco d’azzardo appare profondamente radicato nella natura umana – ricerche antropologiche ne hanno testato l’ubiquità in ogni epoca, stato sociale e cultura. La diffusione globale del gioco d’azzardo trova conferma nella stessa etimologia della parola “azzardo” che deriva dal francese hasard, termine di origine araba e derivante dal az-zahr: dado, uno dei più antichi oggetti a cui si lega la tradizione del gioco sociale di scommessa. Sembra che già nell’Antica Grecia fosse diffuso il gioco dei dadi, e nella Roma imperiale si scommettesse sui combattimenti dei gladiatori.

Il gioco d’azzardo rientra nella categoria dei giochi di alea (dal latino àlea: dado – a sua volta derivato dal sanscrito pra-àsakas), i cui principi fondanti sono il destino e il caso. Sono essi, infatti, a determinare i risultati del gioco, nel quale il giocatore non ha nessun potere; le sue capacità e abilità personali sono ininfluenti, poiché egli non cerca di vincere su di un avversario, ma bensì sul destino.

Negli ultimi anni, in tutto il mondo così come in Italia, il gioco d’azzardo è diventato un’attività di enorme rilevanza economica e di notevoli proporzioni sociali: basti pensare alla rapida e massiccia diffusione dei “gratta e vinci”, i videopoker, il bingo, le lotterie, il gioco delle carte, i dadi, il poker e le classiche scommesse sulle partite di calcio, cavalli, etc. Lo scommettere in generale rappresenta una pratica in forte espansione, molto aiutata anche dall’utilizzo di Internet e dalla possibilità di scommettere o giocare online, tanto che una delle difficoltà maggiori per coloro che si occupano del gioco d’azzardo è definire in maniera esaustiva quando il gioco diventa patologico – e parlare allora di gioco d’azzardo patologico (GAP o gambling). Per molte persone, infatti, il gioco d’azzardo è un’attività ricreazionale che non rappresenta un problema e non si sviluppa in una dipendenza.

Studi e interpretazioni del gioco d’azzardo

L’osservazione clinica del gioco d’azzardo ha cominciato ad apparire sulle riviste scientifiche all’inizio del ‘900; tuttavia, ad oggi è ancora difficile delineare una linea consensuale tra i vari approcci che si sono interessati delle cause sottostanti i vari gradi di coinvolgimento delle persone nel gioco d’azzardo.

Freud, ad esempio, interpretò la coazione al gioco d’azzardo come una forma di autopunizione, guidata dal bisogno di perdere, al fine di alleviare il senso di colpa dato dal complesso edipico; il gioco, inoltre, rappresenterebbe una trasformazione simbolica del bisogno (e vizio) masturbatorio infantile – analogia che verrà poi ripresa da diversi autori psicodinamici. La teoria comportamentista, invece, sulla base della teoria di Skinner e dalle riflessioni sullo stimolo intermittente, spiegò che il giocatore, rinforzato dall’eccitazione associata ai momenti della “puntata” e da vincite casuali anche relativamente infrequenti, sarebbe spinto a ritentare, sviluppando e mantenendo così il desiderio di giocare fino a raggiungere un livello patologico – in quest’ottica, più tentativi corrispondono a maggiore eccitazione e maggiore possibilità di vincita. Ancora, secondo il modello cognitivista, l’origine del coinvolgimento sarebbe da attribuire ad una sorta di pensiero magico (quindi irrazionale), in cui ogni giocata è vista come indipendente da quelle precedenti, ha una propria possibilità di vincita e porta il giocatore a sviluppare la sensazione che ogni partita sia quella vincente, credendosi esperto, capace e imbattibile, senza essere in grado di riconoscerlo come fonte di perdite finanziarie e sofferenze emotive – e soprattutto come il puro effetto del caso.

Tipologie di giocatori

Quasi tutti gli autori concordano nel considerare i vari livelli del gioco come diversi momenti di un unico continuum: molti giocatori non giungeranno a sperimentare aspetti patologici connessi al gioco d’azzardo; altri, invece, svilupperanno un comportamento che affliggerà pesantemente la loro vita e quella dei loro cari, con importanti ripercussioni finanziarie e sociali.

Ecco, quindi, che è possibile individuare tre dimensioni principali: sociale, problematica e patologica.

  • I giocatori sociali sono giocatori non problematici, che giocano in maniera occasionale o abituale solo per divertirsi o per rilassarsi; scelgono solitamente giochi lenti, sono attratti dal rischio e dalla vincita ma sono in grado di smettere di giocare in qualunque momento.
  • I giocatori cosiddetti problematici sono coloro che non hanno un pieno controllo del gioco, il quale inizia a compromettere, infrangere o danneggiare l’ambito personale, familiare e/o sociale, ma non arrivano a perdere totalmente il controllo; essi sono, tuttavia, fortemente a rischio di sviluppare un comportamento di gioco patologico.
  • Infine, i giocatori patologici sono quelli che la maggior parte degli autori definisce con un’incontrollabile brama di giocare – che può essere paragonata al craving sperimentato da coloro che sono dipendenti da sostanze. Lo stato di euforia e di eccitazione provato da questi soggetti è, infatti, fortemente comparabile con quello indotto dalla cocaina o da altre sostanze stimolanti. In generale, essi sperimentano una modalità di gioco ad alta frequenza e per lunghi periodi fino ad una perdita di controllo del comportamento di gioco che li porta a debiti sempre più pesanti e ad una progressiva pervasività del gioco nella loro vita. Essi sono consapevoli che il gioco li compromette sul piano relazionale, affettivo e personale, ma sono totalmente dipendenti e incapaci di resistere all’impulso di giocare.

I giocatori patologici sono solitamente descritti come impulsivi, stravaganti e disordinati, con maggiori tratti di estroversione, novelty-seeking (la tendenza a ricercare esperienze nuove e ad evitare attivamente la monotonia) e sensation-seeking (la tendenza a ricercare il rischio e le esperienze eccitanti) rispetto alla popolazione generale; presentano tratti di bassa sensibilità e altruismo, maggiore distacco sociale e preferenza per le ricompense materiali. Ancora, sembrano più inibiti verbalmente e meno portati ad esprimere sensazioni, sentimenti e paure e più portati, invece, a mascherare le proprie emozioni – questo potrebbe essere spiegato considerando il ruolo sociale e lo stile di vita che il giocatore deve mantenere al di fuori del mondo del gioco, poiché costretto a chiudersi e mentire anche alle persone a lui più vicine.

Nonostante nella letteratura italiana non vi siano studi controllati che abbiano valutato in maniera globale la prevalenza e le caratteristiche psicopatologiche dei giocatori d’azzardo, estrapolando dati derivati da alcuni studi epidemiologici si può dedurre che il numero dei giocatori patologici sul territorio italiano si aggiri tra gli 800.000 e 1 milione con una percentuale variabile tra l’1% e il 3% annuo, con 35 miliardi di euro spesi per il gioco legale nel 2007 e 42 miliardi nel 2008.

Comorbilità

Il gambling è spesso associato a ipomania, disturbo bipolare, abuso di sostanze psicoattive e alcool, disturbi di personalità (soprattutto di cluster B e C), deficit dell’attenzione con iperattività, oltre che a depressione e ansia (soprattutto attacchi di panico), spesso accompagnata da sintomatologia somatica – molto comuni sono i disturbi fisici associati allo stress quali ulcera peptica e ipertensione arteriosa.

Fattori predittivi

Come ogni altra dipendenza, l’insorgenza di comportamenti patologici di gioco non può essere attribuita ad una singola causa, ma è bensì la conseguenza dell’interazione di fattori individuali – demografici, neurobiologici, cognitivi, emotivi, esperienziali; ambientali e culturali.

Tra i fattori sociodemografici ritroviamo il sesso, l’età, il livello d’istruzione, il nucleo familiare di appartenenza e la condizione economica. Diverse ricerche hanno dimostrato che la possibilità di sviluppare un comportamento di gioco patologico è correlato al sesso maschile e inversamente proporzionale al livello d’istruzione. Le donne, tuttavia, non sono immuni dalle problematiche di gioco: con la diffusione di giochi quali il lotto, i “gratta e vinci” e il bingo, esse hanno iniziato a sviluppare problematiche di gioco, soprattutto in età avanzata, apparentemente per evitare o fuggire da situazioni o emozioni spiacevoli.

La presenza di genitori con problemi di gioco, così come la frequentazione di giocatori patologici, sono due dei fattori di rischio più determinanti e facilitanti l’ingresso nella patologia.

Un ruolo primario tra i fattori psicologici sembra detenerlo il tratto di sensation-seeking già citato precedentemente: in questo senso, giocare d’azzardo sarebbe un modo per provare nuove esperienze, uscire dalla noia della vita quotidiana e soddisfare il desiderio di provare emozioni eccitanti e forti.
 
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Riferimenti bibliografici

Caillois R. (1967) I giochi e gli uomini, Milano: Bompiani, 1995

Caretti V., La Barbera D. (2005) Le dipendenze patologiche. Clinica e psicopatologia, Milano: Raffaello Cortina Editore

Savron G., Pitti P., De Luca R., Guerreschi C. (2001) Psicopatologia e gioco d’azzardo: uno studio preliminare su un campione di Giocatori d’Azzardo Patologici, Rivista di psichiatria, 36(1):14-20

Slutske W.S., Zhu G., Meier M.H., Martin N.G. (2010) Genetic and Environmental Influences on Disorcered Gambling in Men and Women, Archives of General Psychiatry, 67(6):624-630

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